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mercoledì 25 dicembre 2019

Abbi Cura di Te

Un brevissimo post per lasciarvi un saluto e augurarvi/ci un Sereno Natale, un Natale di Luce, che illumini il nostro cammino.

Che si possa tutti utilizzare questi giorni per coltivare riposo, lentezza, silenzio e per prenderci cura di noi stessi, innaffiando e nutrendo quel seme che è dentro di noi, affinché si possa osare fiorire ed Essere davvero, qui e ora. 

Vi lascio questa canzone, Abbi Cura di Te, a mio parere molto bella...


giovedì 31 ottobre 2019

Il silenzio è cosa viva


Per chi ancora passa di qui ogni tanto o per chi ci arriva per la prima volta, oggi voglio condividere qui sul blog una piccola parte di un bellissimo libro.

Si tratta di "Il silenzio è cosa viva" di Chandra Livia Candiani.


L'autrice è una poetessa, traduttrice di testi buddhisti e conduttrice di corsi di meditazione.
Il libro di cui vi parlo è un saggio sulla meditazione pubblicato l'anno scorso da Giulio Einaudi Editore, nella collana Vele.

Riporto qui di seguito, integralmente tratto dal libro, il capitolo "L'arte di meditare", che a mio parere è davvero una importante testimonianza di cosa è la meditazione di consapevolezza ... per sintetizzare usando le parole della Candiani meditare è un'arte, è entrare in intimità con quello che ci accade, è seminagione di sacro nell'ovvietà quotidiana.

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L'arte di meditare

Ho letto una storia Sufi: "Un giorno l'asino di un contadino cadde in un pozzo. Non si era fatto male, ma non poteva più uscirne. L'asino continuò a ragliare sonoramente per ore, mentre il proprietario pensava al da farsi. Infine, il contadino prese una decisione crudele: concluse che l'asino era ormai molto vecchio e che non serviva più a nulla, che il pozzo era ormai secco e che in qualche modo bisognava chiuderlo. Non valeva pertanto la pena di sforzarsi per tirare fuori l'animale dal pozzo. Al contrario, chiamò i suoi vicini perché lo aiutassero a seppellire vivo l'asino. Ognuno di loro prese un badile e cominciò a buttare palate di terra dentro al pozzo. L'asino non tardò a rendersi conto di quello che stavano facendo e pianse disperatamente. Poi, con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra, l'asino rimase zitto. Il contadino allora si decise a guardare verso il fondo del pozzo e rimase sorpreso da quello che vide. A ogni palata di terra che gli cadeva addosso, l'asino se ne liberava, scrollandosela dalla groppa, facendola cadere e salendoci sopra. In questo modo, in poco tempo, l'asino riuscì ad arrivare fino all'imboccatura del pozzo, oltrepassare il bordo e uscirne trottando".
Meditare non è cercare vie d'uscita, ma piuttosto vie d'entrata. E' questo che fa l'asino. Entra nella sua situazione, sente la disperazione, grida, poi accoglie quello che sta succedendo, non ne resta sommerso, non è vittima della situazione, si scrolla di dosso la terra e quella stessa terra diventa la sua risorsa.
Il mondo è pieno di persone che danno ricette per disfarsi di qualsiasi cosa ci opprima, per non sentire o entrare in un'illusione anestetizzante. La pratica della consapevolezza, invece, insegna a stare, a entrare in intimità con quello che ci accade, e il paradosso è che questa intimità è impersonale. Non restiamo invischiati nell'autonarrazione, l'intimità della meditazione è contatto con il tessuto dell'esperienza, con la percezione diretta e non mediata dai concetti di quanto accade, del suo impatto su di noi. E questa giusta vicinanza ci permette di  arrivare non più a una reazione ma a una risposta. Non ci confina in una sorridente passività, ma anzi, l'accoglienza di quel che ci accade porta con sé l'energia di una giusta azione che si stacca da noi quando il tempo è maturo, e va nel mondo. 

Meditare ha la stessa radice di medicina, è cura e prendersi cura. La parola pali per meditazione è bhavana, causativo del verbo essere, dunque portare a essere, ossia coltivare. Si tratta di coltivare la mente-cuore. In pali, sono una parola sola: citta. E già questo fa avvertire la portata della differenza tra la nostra cultura occidentale di pensiero dissezionante e separativo e una cultura della non separatezza, del nesso. Noi abbiamo due stereotipi a cui badare per non cadere in equivoci depistanti: che la meditazione sia cogitazione e che la meditazione sia sospensione di qualsiasi impatto sensoriale e psichico e immersione in un dolce nulla. 

Meditare non è nemmeno una tecnica, ma un'arte. Dell'arte quindi ha il rischio, l'improvvisazione, lo studio e la dimenticanza dello studio, la dedizione, la leggera e misurata follia, la precarietà, la vocazione, l'invasione nella vita quotidiana, la spellatura. Noi conosciamo nei riflessi e nelle bucce, sbucciandoci. Seguendo una Via bisogna rischiare la pelle. Se la meditazione non dilaga nella vita quotidiana, se non sfida quello che chiamiamo "il mio carattere", se non comprendiamo che tutto è meditazione, entrare in casa, uscire di casa, fare le scale, mettersi, togliersi le scarpe, cucinare, parlare, mangiare, dormire, lavorare, fare l'amore, riduciamo la meditazione a una stampella, una protesi che acquieta un tantino la nostra vita che resta sempre la stessa, centrata sull'io.

Dice Lao Tzu:
"Fai attenzione ai tuoi pensieri, perché diventano parole.
Fai attenzione alle tue parole, perché diventano le tue azioni.
Fai attenzione alle tue azioni, perché diventano abitudini. 
Fai attenzione alle tue abitudini, perché diventano il tuo carattere.
Fai attenzione al tuo carattere, perché diventa il tuo destino".
Essere presenti significa essere presenti al proprio io come a un oggetto di studio. L'io non è la presenza; può parlare per ore della presenza, ma noi sentiamo se è l'io a parlare e non ci raggiunge che vuota erudizione, una fila di parole senza vigore, perché dove c'è presenza non può esserci io e solo la presenza ci raggiunge e ci trasforma.
Attorno all'io ruotano pensieri ed emozioni, l'io è la loro solidificazione, si sente il centro di tutto, le cose esistono solo in relazione a me: mi piacciono, non mi piacciono, mi adulano, mi minacciano, sto sempre difendendo il territorio dell'io. 
Il rischio della solidificazione è ovunque, anche sul sentiero interiore, ed è quello di creare un io ideale, un io meditante, saggio, imperturbabile, che snocciola insegnamenti a piè sospinto. Quando siamo invece nella presenza, sappiamo esitare, fare silenzio, sappiamo non sapere. Il giorno dopo la morte di mia sorella, Gigi, un sacerdote non convenzionale, un servitore del bene e del bello, mi ha chiamato, senza sapere nulla di quello che mi era successo. Dopo i primi saluti, gliel'ho subito semplicemente detto. E lui ha esclamato: "Oddio, oddio, oddio!" Ho sentito la sua totale partecipazione, il suo sbucciarsi con me, ho sentito il mio dolore e la sua immediata compagnia. Mi ha aiutato più di qualsiasi frase dotta o consiglio accorto.
Per essere nella presenza, devo coltivare a lungo uno sguardo sull'io, anziché guardare tutto dai suoi occhi. Anziché guardare il mondo dalla rabbia, dalla tristezza, dall'eccitazione, guardo la rabbia, la tristezza, l'eccitazione. La presenza è riconoscere quello che c'è, riconoscere la calma, riconoscere il movimento dei pensieri, non preferire la calma al movimento dei pensieri, non scegliere. La presenza è smettere di aver paura della propria delicatezza.
Ciò che osserva la paura non è spaventato, ciò che osserva la rabbia non è arrabbiato.
Nella presenza c'è discontinuità rispetto all'io. Per sentire la presenza, bisogna fare un passo fuori dall'io, dalle reazioni mentali di cui è fatto, dalle identificazioni che coprono la sua paura di essere nulla. 
Il modo in cui guardiamo al nostro io è essenziale quanto lo sguardo stesso. Va allenato uno sguardo tenero, compassionevole, uno sguardo fermo che vede i limiti ma non si trasforma in giudice, in critico puntiglioso e acido, né in risolutore dei problemi altrui.
In noi c'è qualcosa che non pretende e non si impone, qualcosa che semplicemente è. Un puro conoscere sorridente.
C'è un punto in cui il dolore diventa anonimo e le cause contingenti, per quanto gravi, sono solo il nome e la forma che un'energia molto più antica assume in quel momento, è l'energia di essere al mondo, di avvertirsi separati e di percepire la nostalgia e il richiamo dell'unità. Ogni desiderio racchiude questo desiderio radicale, ritornare alle stelle, non essere più nella distanza. 
Essere in contatto con la fonte del desiderio, con il nostro costante mancare, è l'essenza della meditazione. Essere alla fonte è smettere di desiderare, perché si abita il desiderio, si è desiderio senza più oggetto, e il cambiamento inizia accogliendo se stessi, la nostra incompiutezza, la nostra mancanza e tensione verso, cercando di non migliorarsi né cambiarsi, aspettando, attendendo alla trasformazione che arriverà quando il tempo del sostare sarà maturo.

Un giorno il Buddha, davanti a migliaia di discepoli, anziché insegnare parlando, in totale silenzio alzò un fiore di loto. In tanti si chiesero il significato, probabilmente molti si diedero risposte erudite, profonde, raffinate. Solo Kashyapa si limitò a guardare il Buddha e a sorridere. E il Buddha seppe che Kashyapa aveva visto la sospensione, il mondo fluttuante, la nostra comune evanescenza e le aveva sorriso. Vide il suo Risveglio. 
La meditazione è seminagione di sacro nell'ovvietà quotidiana. 

Una giornalista chiese al grande Maestro thailandese Ajahn Chan di fargli alcune domande sulla sua pratica meditativa. 
Chiese: "Perché pratichi?" "Come pratichi?" "Quali sono i risultati?"
Ajahn Chan rispose: "Perché mangi?" "Come mangi?" "Con quali risultati?"

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Io ho trovato questo libro di una profondità disarmante, commovente, carico di poesia e sacralità, scritto con parole tali da rendere perfettamente chiari i concetti, portarli nella quotidianità così da permetterne l'interiorizzazione, sentendoli, assaporandoli. 
Vi invito quindi a leggerlo, sia che siate solo incuriositi dalla meditazione, sia che siate già praticanti. 

Buon cammino consapevole.


Il Silenzio è Cosa Viva
L'arte della meditazione
€ 12,00

mercoledì 19 giugno 2019

La locanda



Ciao! :-) 

Faccio brevemente capolino tra queste pagine per condividere una bellissima poesia del grande poeta persiano Rumi, una poesia che ci invita ad essere grati per ogni cosa che arriva nella nostra vita <3 

La locanda

L'essere umano è come una locanda, 
ogni mattina arriva qualcuno di nuovo.

Una gioia, una depressione, una meschinità,
qualche momento di consapevolezza arriva di tanto in tanto, 
come un visitatore inatteso.

Dai il benvenuto a tutti, 
intrattienili tutti!
Anche se è una folla di dispiaceri 
che devasta violenta la casa, 
spogliandola di tutto il mobilio, 

lo stesso tratta ogni ospite con onore, 
potrebbe darsi che ti stia liberando
in vista di nuovi piaceri.

Ai pensieri tetri, alla vergogna, alla malizia, 
vai incontro sulla porta ridendo, 
e invitali a entrare.

Sii grato per tutto quel che arriva, 
perché ogni cosa è stata mandata 
come guida dall'aldilà. 

Jalal al-Din Rumi


Un caro saluto a voi che vi trovate a passare di qua ... 
buona vita <3

domenica 23 dicembre 2018

Auguri

...possa questo Natale portare felicità, pace, salute, amore, serenità, allegria e tempo a tutti gli esseri...

Vi lascio questa bellissima poesia di Elli Michler 



Non ti auguro un dono qualsiasi,
ti auguro soltanto quello che i più non hanno.

ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;


se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa.

Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare, non
solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.


ti auguro tempo, non per affrettarti a correre,
ma tempo per essere contento.


Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
ti auguro tempo perché te ne resti:
tempo per stupirti e tempo per fidarti


e non soltanto per guardarlo sull’orologio.

Ti auguro tempo per toccare le stelle


e tempo per crescere, per maturare.

Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.


Non ha più senso rimandare.

Ti auguro tempo per trovare te stesso,
per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.


Ti auguro tempo anche per perdonare.


Ti auguro di avere tempo,
tempo per la vita.


domenica 1 aprile 2018

Gratitudine e rinascita

Vi capita mai di rendervi conto che state dando per scontate le cose o le persone della vostra vita? 
Accorgervi di non essere abbastanza grati per ciò che avete, per le persone o gli animali che avete accanto, per il luogo in cui vivete, per la vostra casa, il vostro giardino, la vostra vita...

A me è capitato proprio ieri sera, leggendo il post di Cristiana, sul suo blog Dove gira il sole ... un vero e proprio inno alla primavera, vista attraverso le fioriture del suo giardino e raccontata con lo stupore di un bambino e con la gratitudine nel cuore per l'esperienza di avere un giardino dal quale poter seguire le stagioni.

E mi ha fatto riflettere, perché questo è il giusto atteggiamento che dovremmo avere nella vita, dovremmo guardare alla vita con gli occhi ed il cuore aperti di un bambino, con gratitudine per tutto ciò che la vita ci offre, dando valore ad ogni attimo.

E mi ha ricordato che troppo spesso perdo la consapevolezza di quanto è ricca la mia vita e quanto troppo poco sono grata all'universo per ciò che ho...

E allora in questo giorno di Pasqua, che per me è rinascita e rinnovamento, voglio esprimere la mia gratitudine perché ...

posso guardare il mare e lasciar spaziare lo sguardo verso l'orizzonte, sentire il suo profumo di salsedine e respirarne la brezza, lasciarmi cullare dal rilassante rumore delle onde

posso accarezzare il morbido pelo dei miei gatti e del mio cane, posso godere del loro amore incondizionato ed imparare molto da loro e perché ho avuto il privilegio di poter condividere un pezzetto di cammino con gli animali che ora non ci sono più e che mi hanno insegnato molto

sono potuta diventare consapevole a livello profondo dello sfruttamento animale, consapevolezza che mi ha portato a diventare vegana e che ha cambiato la mia vita e la mia visione del mondo 

vivo in campagna e posso godere ogni giorno dello splendore della natura, dell'alternarsi delle stagioni, della rinascita primaverile degli alberi, del canto degli uccelli, del gracchiare delle rane in estate, del cielo stellato, dei frutti del mio orto e dei profumi dei fiori

ho una casa calda, accogliente, in armonia con la natura, dove rifugiarmi e sentirmi al sicuro

mi sento amata dalle persone a me care

perché ho accesso all'elettricità, all'acqua calda, ad un letto comodo e a molti altri comfort a cui più di un miliardo di persone nel mondo ancora non ha accesso

posso permettermi qualche piccolo viaggio e scoprire luoghi nuovi, nuove tradizioni, imparare cose nuove, avvicinandomi a ciò che è diverso

ho la possibilità di fare nuove esperienze orientate alla mia crescita personale e spirituale, sperimentando ed aumentando la mia consapevolezza giorno dopo giorno 

L'elenco delle cose per cui sono grata potrebbe continuare all'infinito, queste sono solo alcune delle cose che sento più importanti e che ho voluto condividere per augurare a voi e a me stessa una buona rinascita, un buon rinnovamento, che possiamo avere occhi nuovi per guardare la nostra vita e la curiosità per imparare sempre da ogni esperienza con gratitudine, accompagnati sempre dall'Amore.

Vi lascio qualche foto del mio giardino in rinascita...

Aiuola di primule

La calendula che uso per i miei saponi ed i miei oleoliti

Rosmarino

Viole selvatiche

Albicocco nato da un seme, non innestato

Tartarughe appena uscite dal letargo, ancora sporche di terra e un po' assonnate :-) 

Iris viola

Arbusto di Weigelia

Albero di pere coscia

siepe di viburno

Gelsomino giallo

Iris bianco

ciclamino rosa

Piantina inselvatichita con fiorellini molto carini, ma di cui non ricordo il nome (neanche l'app Plantnet mi ha aiutato :-( )

tarassaco in fiore










domenica 21 gennaio 2018

A lungo durerà il mio viaggio


A lungo durerà il mio viaggio
e lunga è la via da percorrere.

Uscii sul mio carro ai primi albori
del giorno, e proseguii il mio viaggio
attraverso i deserti del mondo
lasciai la mia traccia
su molte stelle e pianeti.

Sono le vie più remote 
che portano più vicino a te stesso;
è con lo studio più arduo che si ottiene
la semplicità d'una melodia.

Il viandante deve bussare
a molte porte straniere
per arrivare alla sua, 
e bisogna viaggiare
per tutti i mondi esteriori
per giungere infine al sacrario
più segreto all'interno del cuore.

I miei occhi vagarono lontano
prima che li chiudessi dicendo:
"Eccoti!"

Il grido e la domanda: "Dove?"
si sciolgono nelle lacrime
di mille fiumi e inondano il mondo
con la certezza: "Io sono!"

Rabindranath Tagore



domenica 5 novembre 2017

La nostra libertà finisce dove comincia la loro



Non molto tempo fa un mio contatto di Facebook ha pubblicato un suo pensiero sui vegani, dicendo che li considera estremisti nel loro voler convincere tutti a non mangiare più carne e sostenendo che ognuno deve essere libero di mangiare come vuole. Il suo pensiero era un po' più articolato, ora non ricordo esattamente le parole, ma il senso era questo.

Solitamente non commento questo genere di post per non farmi coinvolgere in polemiche inutili. 
Perchè la mia scelta di essere vegan è dettata dall'Amore, per gli animali, per il pianeta, per me stessa e per tutta l'umanità e l'energia "fumosa" scatenata dalle polemiche allontana sempre un po' dall'Amore e dal "sentire" del cuore. 
E' una scelta che sento molto importante e trovarmi a polemizzare su questo non è quello che voglio. Preferisco cercare di risvegliare la consapevolezza delle persone facendo leva sulla loro empatia, mostrando loro come anche gli animali considerati da "carne" siano sensibili, intelligenti e con una intensa vita sociale ed abbiano lo stesso diritto alla vita di ogni altro essere vivente.


Ma tornando al post su Facebook della mia amica virtuale, siccome la considero piuttosto evoluta e non trovandomi quindi di fronte al solito ottuso di turno, quella volta ho voluto commentare per cercare di far capire che la libertà di ognuno di mangiare quello che si vuole, di cui parlava lei, in realtà implicava mangiare "qualcuno", un essere senziente, e quindi privare lui della sua libertà, arrogandosi il diritto di imprigionarlo ed ucciderlo. 
Vabbè, come si può facilmente immaginare, la polemica un po' c'è stata, mio malgrado ed io non sono riuscita a far capire pienamente il mio punto di vista, quello dettato dall'Amore di cui parlavo prima, non sono riuscita a spiegarmi con il cuore aperto, non sono riuscita a comunicare, come si dice, da cuore a cuore.


E così mi è venuta voglia di scrivere un post, dedicato a tutti quelli che pensano che i vegani siano estremisti, un post per descrivere il punto di vista di chi, come me, si sente impotente davanti alla sofferenza ed alla morte di milioni di animali innocenti, sterminati ogni minuto nel mondo! Voglio cercare di spiegare quella disperazione che spinge un vegano a voler convincere tutti a non essere più complice di tutta quella sofferenza e che lo fa sembrare estremista agli occhi di qualcuno.
Voglio provare a raccontare quello che "sento" io, che credo possa essere lo stesso "sentire" di chi ha fatto la scelta vegan principalmente per motivi antispecisti (quelli salutisti sono tutta un'altra storia...e più avanti vi dico il perchè).

Innanzitutto tengo a chiarire che non è mia intenzione giudicare nessuno e che questo mio post ha come unico scopo quello di condividere il mio personalissimo punto di vista sulla questione antispecista ed il mio coinvolgimento emotivo a questo riguardo.
Penso che ognuno di noi sia innegabilmente sul suo personale percorso evolutivo e sono ben consapevole, per esperienza personale, che ognuno ha i suoi tempi per ogni cosa.
Dico "per esperienza personale" perchè ho ancora ben chiaro nella memoria di come una decina di anni fa, parlando con una mia cara amica che non mangiava carne, fossi ancora convinta che non c'era niente di male a mangiare carne, a patto che gli animali non fossero allevati in maniera intensiva e vivessero una vita decente.
E questo nonostante avessi già visto molti filmati sulla sofferenza animale per la produzione di carne, uova e latte!
Ma la carne la mangiavo fin da bambina, mi piaceva ed ero convinta che la sofferenza degli animali derivasse esclusivamente dalla forma intensiva degli allevamenti e non dallo sfruttamento in sè, con tutto quello che comporta.
Poi, solo un paio di anni dopo, ho visto (che è diverso da "guardato" ;-) ) il documentario "Earthlings" e in me è scattato qualcosa, ho sentito un "click" dentro di me e, dopo aver letteralmente singhiozzato per tutta la durata del film, ho deciso che non avrei mai più mangiato ed  utilizzato nulla che comportasse sfruttamento degli animali!


Ho sempre amato gli animali, fin da piccolissima. Ricordo ancora nitidamente il mio pianto disperato di quando a sei anni, tirando una pietra, accidentalmente colpii una lucertola alla quale si staccò la coda e ci volle parecchio a placare il mio senso di colpa e a convincermi che la lucertola  non sarebbe morta e che la coda sarebbe ricresciuta. Ricordo anche i miei pianti per convincere i miei genitori a concedermi di avere un cane. Ogni cane incontrato per strada era mio amico e non potevo fare a meno di sorridergli ed accarezzarlo (lo faccio ancora :-) ) A chi mi chiedeva cosa volessi fare da grande rispondevo: la veterinaria! :-)
Ma culturalmente mi era stato inculcato che la carne faceva bene, che fosse necessario mangiarla e che gli animali fossero stati creati appositamente per servirci...l'importante era trattarli bene, ma poi era normale sfruttarli e mangiarseli...con tutte le assurde argomentazioni che solitamente vengono portate a sostegno di questa teoria...la catena alimentare alla quale noi siamo in cima, siamo carnivori perchè abbiamo i canini, se non li mangiassimo sarebbero troppi, il latte e le uova vengono prodotti comunque e non mangiandoli andrebbero sprecati, ecc. ecc. 

Ma ci sono animali di serie A ed animali di serie B, perchè chi solitamente sostiene queste argomentazioni non mangerebbe mai un cane o un gatto, perchè nel nostro mondo occidentale è considerato normale mangiare vitelli e maiali ma non cani e gatti. Ma per un cinese è altrettanto normale mangiare cani e gatti, cosa per la quale noi solitamente ci scandalizziamo moltissimo. Ma se ci fermiamo un attimo a riflettere, che differenza c'è, da un punto di vista emotivo,  tra un cane e un vitello o tra un maiale e un gatto? Io dico che non c'è nessuna differenza perchè tutti soffrono nella stessa maniera! 
E' solo una questione culturale, è il contesto in cui viviamo che ci induce a considerare normale una cosa piuttosto che un'altra.
 

Se riusciamo però ad andare oltre i condizionamenti culturali e a lasciare più spazio alla nostra coscienza possiamo acquisire una maggiore consapevolezza e percepire in maniera diversa ciò che prima davamo per scontato. Se pensiamo autonomamente, con la mente ed il cuore aperti, senza preconcetti e condizionamenti culturali e soprattutto commerciali (gli interessi economici dietro la produzione di carne e derivati animali sono enormi!), sappiamo istintivamente, nel profondo del nostro cuore, quello che è giusto e quello che è sbagliato.
Ma perchè questo avvenga forse deve scattare qualcosa dentro di noi, deve esserci quel click di cui parlavo sopra, deve essere il momento giusto per noi, quel momento in cui la nostra coscienza si apre a nuovi orizzonti e ci fa percepire le cose diversamente.
Ad esempio, come accennavo prima, quel click per me è avvenuto otto anni fa, durante la visione di Earthlings, un documentario strutturato in maniera davvero perfetta per mettere in luce la nostra totale dipendenza dagli animali in ogni settore e per mostrare fino a dove ci siamo spinti arrogandoci il diritto di sfruttarli in ogni campo, da quello alimentare a quello dell'abbigliamento, da quello della sperimentazione scientifica a quello del divertimento.
Dopo la visione di questo film le mie convinzioni sono crollate, non ho più potuto far finta di nulla e non ho potuto fare a meno di rivoluzionare la mia vita, domandandomi come avessi potuto, fino ad allora, essere così cieca!

A mio parere, sul tema del mangiar carne ed altri alimenti di origine animale, la maggior parte delle persone è disinformata su due fronti.

Il primo è quello della mancanza di conoscenza degli animali "da reddito", la mancanza di contatto e di interazione con loro. La maggior parte di noi non ha neanche mai visto una mucca o un maiale e non ha nessuna esperienza di relazione con questi animali. 
Gli animali sono lontani, nascosti dentro capannoni, non li vediamo, non li sentiamo e non abbiamo alcun contatto con loro.
Non abbiamo idea di quanto sia morbido il pelo di un vitellino o quanto sia ruvida la sua lingua che ci lecca una mano, neanche immaginiamo la sofferenza di una mucca e del suo vitello per la separazione che avviene subito dopo la nascita, non sappiamo nulla dell'intelligenza di un maiale, non conosciamo il bisogno di socialità di una gallina o di un coniglio.
Questa mancanza di conoscenza è, a mio avviso, la causa principale della nostra scarsa empatia nei confronti di questi animali. 
Proviamo ribrezzo nei confronti dell'usanza cinese di mangiare cani e gatti e proviamo empatia per quei poveri animali ammassati nelle gabbie che vediamo in foto e filmati, solo perchè abbiamo esperienza della loro socialità, della loro capacità di provare emozioni e del loro relazionarsi con noi. 
Ma cosa succederebbe se dessimo la stessa possibilità di interagire con noi anche agli animali da allevamento? Potremmo scoprire che hanno una vita emotiva molto ricca, che sono intelligenti, che provano paura e che vogliono vivere, esattamente come noi. E allora riusciremmo forse a provare la stessa empatia vedendo una scrofa da riproduzione rinchiusa in una gabbia dove non può neanche girarsi o vedendo galline rinchiuse in gabbie sovrapposte grandi quanto una scatola di scarpe o ammassate a migliaia in capannoni, costrette a camminare sui corpi agonizzanti delle loro compagne, a volte già cadaveri, oppure forse proveremmo la stessa empatia per quei piccoli maialini castrati senza anestesia o per quei pulcini tritati vivi, solo perchè hanno avuto la sfortuna di nascere maschi.



Il secondo fronte di disinformazione è quello di cosa accade realmente negli allevamenti, per il 99% intensivi, e nei macelli. Non sappiamo nulla di come gli animali vengono allevati, quanto vivono, come vengono trasportati al macello e come vengono uccisi.
Gli allevamenti ed i macelli sono lontani dai centri abitati così che nessuno possa nè vedere nè sentire. 
In questi luoghi gli animali vengono fatti nascere, attraverso inseminazione artificiale, per essere ingrassati e poi macellati, tagliati a pezzi ed impacchettati. E questo succede anche negli allevamenti biologici.
Negli attuali allevamenti industrializzati gli animali sono costretti a vivere incatenati o chiusi in gabbie sovraffollate, privati della minima libertà di movimento, mutilati e sottoposti a costanti terapie antibiotiche ed ormonali. Capannoni costantemente illuminati, nei quali per loro è persino difficile dormire.
 
Negli allevamenti le mucche da latte vengono inseminate artificialmente in maniera continuativa (trascorrono in gravidanza nove mesi ogni anno!) e i vitelli, affinchè non bevano il latte a noi destinato, vengono separati dalla madre poco dopo la nascita, rinchiusi in minuscoli box ed alimentati in maniera inadeguata affinchè siano anemici e la loro carne resti bianca. E dopo pochi mesi di questa misera vita, vengono macellati.


Le loro madri invece vengono costrette a produrre una quantità di latte pari a 10 volte quella che sarebbe necessaria al vitello e per questo vengono alimentate con una dieta ricca di proteine concentrate, che provoca acidosi, causa di zoppie nel 25% delle mucche di questi allevamenti. All'età di cinque o sei anni, ormai stremate, queste mucche vengono macellate; si tenga conto che in natura una mucca vivrebbe circa 20 anni.
Le cose non vanno meglio negli allevamenti di galline ovaiole, dove i pulcini maschi, in quanto non produttivi, vengono gettati vivi in un tritacarne o soffocati in buste di plastica. Ai pulcini femmina, che finiranno quindi a produrre uova, viene tagliato il becco per impedire loro di beccarsi l'un l'altra a causa dello stress; questa operazione è così dolorosa che molti pulcini muoiono per lo shock. In questi allevamenti le povere galline sono costrette a vivere in gabbie piccolissime, con conseguente atrofizzazione delle ali e deformazione delle zampe e, a circa due anni, quando diventano poco produttive, vengono sgozzate per diventare carne di seconda scelta.


I polli da carne invece sono allevati in capannoni affollatissimi, con la luce sempre accesa affinchè crescano in fretta. A 45 giorni vengono uccisi, mentre in natura vivrebbero fino a 7 anni. 


E per concludere questa loro non-vita gli animali vengono portati al macello, trasportati ammassati nei camion, sfiniti dopo viaggi estenuanti, senza nè cibo nè acqua, immersi nei loro escrementi.  
Se un animale cade durante il trasporto, spesso non riesce a rialzarsi a causa del sovraffollamento e viene calpestato dagli altri animali, subendo fratture alle zampe o al bacino; questi sfortunati che non sono più in grado di camminare, una volta arrivati a destinazione, vengono trascinati fuori dai camion agganciati agli arti fratturati, in preda a dolori lancinanti. 
Gli altri, dopo essere scaricati dai camion, vengono costretti ad avanzare negli stretti corridoi verso la macellazione, spinti con oggetti contundenti e pungoli elettrici, mentre guardano impotenti e terrorizzati i loro compagni, massacrati prima di loro, sentendo l'odore del loro sangue. 


I macelli sono sempre nascosti alla vista del pubblico perchè per poter convincere le persone a nutrirsi di animali, si deve allontanare il pensiero della loro uccisione, ci deve essere separazione tra l'immagine dell'animale vivo e la sua carne da infilzare con la forchetta, tanto che questa separazione può anche diventare lessicale, ad esempio in inglese si utilizzano due parole diverse per indicare il maiale vivo e la sua carne: pig e pork. 
Se ciascuno dovesse ammazzare da sé gli animali che mangia, sicuramente la maggior parte delle persone non mangerebbe affatto carne. Infatti siamo ben contenti di delegare qualcun altro per questo compito. 
Chi lavora nei macelli è costretto a mettere in atto un meccanismo psicologico inconscio di difesa attuando un processo di desensibilizzazione che lo porta a ridurre l'essere vivente allo stato di "cosa" e che gli permette così di essere emotivamente indifferente verso quegli animali  .
Molte sono le testimonianze di chi ha lavorato nei macelli e ad un certo punto ha "sentito" l'orrore di quello che avveniva in quei luoghi. I loro racconti sono quelli di chi ha visto scrofe gravide venire letteralmente squarciate, con i feti che fuoriuscivano insieme a budella e sangue, contorcersi appese ad una zampa o di chi ha sentito le urla strazianti degli animali, ancora coscienti, sventrati, appesi a testa in giù.

Quando si parla del mangiare o meno carne, solitamente ci si dimentica dei pesci; stranamente la maggior parte delle persone non considera i pesci come animali capaci di provare dolore. Forse, siccome non sentiamo le loro urla, pensiamo che non soffrano quando muoiono, soffocati, spesso dopo lunga agonia o quando vengono gettati ancora vivi nell'acqua bollente, come succede alle aragoste.
Invece i pesci hanno un sistema nervoso complesso e, come hanno dimostrato i risultati di studi scentifici internazionali, provano paura e dolore proprio come noi e come gli altri animali. Alcuni sono anche molto intelligenti, come ad esempio il polpo, che è in grado di compiere azioni complesse.
Ormai anche i pesci, che in natura nuoterebbero per molti chilometri ogni giorno, vengono allevati in allevamenti intensivi, tenuti in spazi molto ristretti e riempiti di farmaci affinchè crescano velocemente e non rischino malattie causate proprio dal sovraffollamento. Per quanto riguarda invece i pesci pescati in mare, con le reti a strascico, dobbiamo sapere che un terzo di loro muore spesso inutilmente in quanto, rimasti intrappolati nelle reti ma considerati di scarto, vengono ributtati in mare già morti.  
I pesci sembra purtroppo che occupino un gradino ancora più basso nella nostra scala della compassione e la loro sofferenza ci fa ancora meno effetto di quella degli altri animali.



Nella nostra società l'essere umano è considerato il centro dell'universo, superiore a tutti gli altri esseri di questo pianeta e quindi in diritto di dominare chi considera inferiore, ma la nostra evoluzione dovrebbe portarci a capire che siamo tutti ospiti della nostra Madre Terra con pari diritto alla vita e ad essere rispettati nella nostra natura.
Essere vegan significa sostanzialmente far proprio questo basilare principio. Essere vegan non è quindi solo una questione di dieta o di stile di vita, ma una questione legata al nostro percepire noi stessi e tutti gli altri animali, umani e non, in una posizione di parità.
Chi sceglie una dieta vegana perchè mangiare carne e prodotti animali fa male alla salute (e su questo ormai non c'è più alcun dubbio!), non lo fa per quel rispetto dovuto agli altri animali ed alla Madre Terra di cui parlavo prima, ma lo fa preoccupandosi solo della sua salute, continuando a considerare se stesso, e quindi in senso più ampio l'Uomo, al centro dell'Universo, continuando a sentirsi superiore.

A questo proposito vi riporto un esempio molto significativo che ho trovato durante le mie ricerche e che mi ero appuntata, ma che non riesco più a ricondurre alla fonte (se qualcuno lo riconosce come suo me lo faccia sapere e indicherò più che volentieri la fonte :-) ):


"Un bambino prende a calci la compagna di banco e la maestra subito lo riprende dicendo di smetterla immediatamente. Il bambino, visto che si diverte un mondo, chiede il perché, perché mai dovrebbe smetterla? E la maestra, allora, gli risponde che prendendo a calci la compagna di banco si fa male ai piedi, gli verranno i lividi e, addirittura, potrebbe diventare zoppo.
Perché una risposta del genere farebbe accapponare la pelle?

Ovvio, no? Si tratta di una risposta che non tiene minimamente conto che la compagna di banco è una bambina anche lei, che soffre, che ha una sua vita, una sua sensibilità, un suo modo di esprimersi e di stare al mondo. La compagna di banco viene letteralmente annullata, è come se non esistesse, diventa un oggetto. Per trasformare una persona in un oggetto basta non considerare più la sua sensibilità, il suo essere soggetto di una vita, la sua capacità di percepire e di emozionarsi. È facile, no? A questo punto, è come se quel bambino prendesse a calci un oggetto e la maestra gli dicesse di smetterla perché quell'oggetto è duro e gli farà male. Ma se l'oggetto fosse un cuscino non ci sarebbero problemi, si potrebbe continuare a prenderlo a calci!"

Smettere di mangiare carne solo perchè fa male alla salute significa considerare gli animali al pari di oggetti, come la compagna di banco dell'esempio qui sopra e alla stessa maniera continuare a non considerare la loro sensibilità e la loro capacità di percepire ed emozionarsi pensando che, se non facessero male alla nostra salute, potremmo continuare a mangiarli.


Ecco perchè dicevo, all'inizio del post, che la motivazione salutista  è tutta un'altra storia!

Mentre chi ha fatto la scelta vegan per motivi etici ed antispecisti e quindi non considera inferiori individui appartenenti ad una specie diversa, ha come obbiettivo la liberazione animale, desidera un mondo senza più allevamenti, senza più circhi, senza più vivisezione, senza più gabbie di nessun tipo, desidera un mondo in cui gli animali non siano più usati per i bisogni ed il divertimento degli umani.
Per ottenere questo nuovo mondo è ovviamente necessario un cambiamento di mentalità della società, una nuova coscienza collettiva, ma questa trasformazione è un processo lungo e difficile. Per arrivare a questo passaggio, a questa nuova coscienza collettiva, credo che il primo passo sia da fare in prima persona, credo sia indispensabile cambiare innanzitutto la nostra coscienza individuale, credo che ognuno di noi possa fare una enorme differenza e possa contribuire, con le proprie scelte quotidiane, alla creazione di questo nuovo mondo. Si tratta di rimettere in gioco il nostro modo di essere ed orientarci verso una cultura della solidarietà, dell'empatia, della comprensione dell'altro, al di là delle specie.


"Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo" ... diceva Gandhi.


Ecco perchè noi vegani cerchiamo di convincere quante più persone possiamo a non mangiare più carne, sembrando a volte estremisti ...
perchè il nostro cuore è connesso a quello dei 170 miliardi di animali sterminati ogni anno nel mondo, i nostri occhi vedono quello che vedono gli occhi terrorizzati degli animali nei macelli, le nostre orecchie sentono le loro grida di paura e ne percepiamo intimamente, nella nostra anima, tutta la sofferenza.

E se pensate, come la mia amica virtuale, che ognuno deve essere libero di mangiare come vuole senza che nessun altro ne abbia qualcosa a ridire, riflettete su questa famosa frase di Martin Luther King: "la mia libertà finisce dove comincia la vostra" e quindi sul fatto che la vostra libertà di mangiare come volete dovrebbe finire dove comincia la libertà degli animali che mangiate.
Riflettete sul fatto che non si tratta semplicemente di una scelta alimentare, ma che ci troviamo di fronte ad una ingiustizia di dimensioni apocalittiche, un enorme crimine etico collettivo dinnanzi al quale tutti sarebbero indignati, se solo se ne rendessero conto, avendo quindi molto da ridire!
Noi vegani vorremmo che ogni essere umano si accorgesse di questo eccidio, e che capisse che, con il semplice cambiamento delle abitudini di ognuno di noi, tutti questi animali potrebbero essere salvati. 


Perciò, dal profondo del cuore...

vi invito ad informarvi, attraverso articoli su internet, filmati e libri, su cosa succede realmente negli allevamenti e nei macelli, su cosa c'è dietro a quei pezzi di carne esposti sui banchi del supermercato o dietro al latte che bevete ogni mattina a colazione, perchè solo chi è davvero informato può fare una scelta consapevole;

vi invito a visitare uno dei molti santuari dove vengono ospitati animali "da reddito" salvati dalle associazioni animaliste, per un percorso di conoscenza di questi animali, per poter interagire con loro, sperimentare e capire la ricchezza della loro vita emotiva;

e infine ...
vi invito ad ascoltare il vostro cuore e a fare ciò che sentite giusto. <3






per approfondire:


Santuari:
Rete dei Santuari di Animali Liberi in Italia
Ippoasi - Fattoria della pace
Fattoria Capre e Cavoli
Rifugio Miletta

Libri:
Il maiale che cantava alla luna
Se niente importa 
Cibo per la pace
Liberazione animale
Perchè amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche
Il dilemma dell'onnivoro
In direzione contraria
L'animale ritrovato

Filmati e documentari:
Earthlings
Vegan, cosa significa realmente
La vita emotiva degli animali da fattoria
Il discorso delle scuse
La psicologia del mangiare carne
Meat the truth

Associazioni antispeciste:
La vera bestia 
Essere animali
Oltre la specie
Agire Ora 
Animal Equality

Articoli interesanti di approfondimento:
Perchè mangiamo carne? L'analisi psicologica di Annamaria Manzoni 
Cosa accade nei mattatoi?
I pesci: la loro vita e la loro morte
Visita al macello
Lettera aperta agli "altri" di Maria Campo


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