Ho ricevuto in regalo dei corbezzoli appena colti dalla pianta e, insieme a loro, la ricetta per farne una torta. La ricetta che mi è stata data prevede l'uso delle uova, ma io le ho facilmente sostituite con una banana. ...ecco il risultato...
...ed ecco la ricetta...
Ingredienti:
200 gr. di farina 0
30 gr. di amido di mais
110 gr. di zucchero di canna
100 gr. di olio di mais
160 gr. di latte di riso
1 banana
1 cucchiaino di vaniglia bourbon in polvere
1 bustina di lievito (cremor tartaro)
300 gr. di corbezzoli
Per prima cosa pulire e lavare i corbezzoli e metterli da parte.
Mettere in una ciotola capiente lo zucchero con l'olio e amalgamare con una frusta fino a formare una crema. Aggiungere la farina e l'amido di mais e mescolare bene. Aggiungere gradualmente anche il latte di riso, mescolando con la frusta. Infine aggiungere al composto anche la vaniglia ed il lievito e amalgamare bene. Versare i corbezzoli nel mixer insieme alla banana e frullare.
Versare il composto di corbezzoli e banana nell'impasto, mescolando bene per incorporarlo.
Imburrare ed infarinare una tortiera, versarci dentro l'impasto ed infornare nel forno precedentemente riscaldato a 170° per circa 40 minuti. Per essere certi che la torta sia pronta fare la prova stecchino, se infilandolo nel centro della torta, quando esce è asciutto, è pronta! Enjoy! :-)
Circa un
mesetto fa mi telefona mia sorella e mi dice: “sai adesso abbiamo anche una
maialina” e io: “come una maialina? Ma da dove viene?” E lei mi risponde: “ ce
l’ha regalata un nostro amico che è venuto a cena da noi, ha due mesi”.
Ma io
dico…..MA COME SI FA A REGALARE UNA MAIALINA!?!?!!!! Ma non è mica un oggetto,
un soprammobile o una scatola di cioccolatini che omaggi al padrone di
casa!
Così
continuando a parlare con mia sorella al telefono scopro che la maialina
proviene da un allevamento da carne, che diventerà circa 300 Kg. e che le è
stata regalata per la prossima grigliata! (ovviamente non ho potuto fare a meno
di insultare mentalmente – e anche un po’ verbalmente – il cretino in
questione!)
Mia sorella,
seppur onnivora, non ha intenzione di mangiare la maialina (per fortuna!!!) e
l’ha sistemata provvisoriamente in una parte del pollaio in attesa di poter
costruire un recinto.
Ovviamente lei
e suo marito non sanno minimamente come gestirla, non sanno che i maiali sono
animali molto sensibili e molto intelligenti, cerco di sensibilizzarli,
inviando loro foto, video, testimonianze di come i maialipossano essere amichevoli ed affettuosi, se
gli si dà la possibilità di relazionarsi.
Premesso che
non abitiamo vicini, una settimana fa sono riuscita ad andarli a trovare e a
conoscere Pink (così l’hanno chiamata) e mi si è stretto il cuore …. vedere questa dolcissima maialina rosa dagli occhi profondi
rinchiusa lì, in quattro metri quadrati è stato tristissimo e il suo bisogno di
contatto era molto evidente! Da allora, con molta tristezza, sono tornata a
riflettere su come gli esseri “umani” considerino gli animali da fattoria come
oggetti a proprio uso e consumo e non come esseri senzienti in grado di provare
emozioni proprio come noi.
E mi è
tornato in mente un libro che ho letto qualche tempo fa e del quale vi voglio
parlare.
Si tratta di
“Il maiale che cantava alla luna -
La vita emotiva degli animali da fattoria” scritto da Jeffrey Moussaieff Masson.
Su questo
libro è stato girato il documentario “La
vita emotiva degli animali da fattoria” prodotto da Earth
View Production e Animal Place.
Il maiale
del titolo è Piglet, una scrofa che viveva sulla spiaggia ad Auckland, in Nuova
Zelanda. Piglet era sensibile, intelligente e socievole,adorava nuotare e le piacevano le grattatine
sulla pancia che le davano i bambini che andavano a trovarla sulla spiaggia. La
sua vita emotiva era particolarmente evidente, amava la musica e, durante le
notti di luna piena, emetteva versi come se stesse veramente cantando alla
luna.
Il libro
tratta di come gli animali da fattoria, maiali, mucche, pecore, polli siano
capaci di sentimenti complessi come l’amore, l’amicizia, la tristezza, il
dolore. Viene spiegato come ogni animale da fattoria sia un individuo a sé, con
il proprio carattere e la propria sensibilità, proprio come per gli esseri
umani.
L’autore,
per la stesura del libro, trae spunto da studi scientifici, dalla storia, dalla
letteratura e dagli incontri avuti con allevatori e animalisti.
Nel libro
viene descritta la triste vita degli animali da fattoria. Mucche mantenute
continuamente gravide per garantire la produzione di latte, alle quali vengono
sottratti i vitelli appena nati, per venire poi munte intensivamente per alcuni
anni e infine uccise molto prima dell’invecchiamento naturale, perché ormai
improduttive a causa dell’intenso sfruttamento. Maiali sedati e mantenuti al
buio in enormi capannoni che non possono far altro che mangiare tutto il
giorno, ingrassati fino a divenire immobili, costretti a vivere in spazi
piccolissimi,con le code amputate ed i
denti estirpati. Pulcini scaraventati in giganteschi capannoni illuminati da
luce artificiale, stipati uno addosso all’altro, a vivere la loro breve esistenza
di un mese, età in cui vengono macellati. Oche spiumate vive due o tre volte
l’anno e poi nutrite forzatamente con lo scopo di produrre il patè de foie
gras.
Ma perché
siamo così ignoranti riguardo la vita degli animali d’allevamento ed ai loro comportamenti
più comuni? Perché ignorarli ci conviene, è più facile distaccarsi da chi
stiamo mangiando, se non ne sappiamo niente.
Tutti questi
animali, al pari dei nostri animali domestici, dimostrano di avere una
complessa ed intensa vita emotiva. Non sempre possiamo vedere queste emozioni,
perché non ne siamo capaci o perché non mettiamo gli animali in situazioni in
cui possano esprimerle. Tutto questo viene dimostrato dall’autore, attraverso storie
di animali salvati dagli allevamenti o da situazioni di maltrattamento ed
ospitati nelle fattorie rifugio che ha visitato, luoghi dove possono vivere il
resto della loro vita accuditi, rispettati ed amati senza essere sfruttati per
la carne, la pelle, le uova, il latte. Attraverso questi racconti affascinanti vengono
evidenziati i comportamenti naturali, le regole sociali, l’istinto materno, la
capacità di comunicazione, l’intelligenza e l’emotività di questi animali,
caratteristiche che possono emergere solamente in un contesto che lo permetta.
C’è il racconto di un maiale che salva la sua proprietaria, di un altro caduto
in depressione a seguito dell’allontanamento dai suoi amici maiali, di una
mucca capace di rispondere a comandi vari come un cane, una capra che corre a
chiamare aiuto per liberare una compagna impigliata tra i rovi, un pollo, amico
di una anziana gallina quasi cieca, che cade in depressione e si lascia morire
in seguito alla morte della gallina.
Queste
storie portano a considerazioni che ci impongono una riflessione: è giusto
allevare animali per mangiarli? È giusto che un animale, anche ponendo che gli
si offra una vita piacevole, venga ucciso per finire sulla nostra tavola?
Appurato che anche gli animali da fattoria hanno una vita emotiva e mirano ad
essere felici, è giusto segregarli, privarli della loro libertà, privarli della
possibilità di esprimere l’istinto materno, mettere in atto pratiche crudeli di
vario tipo nei loro confronti e infine ucciderli a nostro uso e consumo? Anche
se allevati per essere uccisi, la loro capacità emotiva è la stessa, hanno
ricordi, soffrono e provano dolore. Chi siamo noi per escludere con arroganza
umana la profondità e l’importanza di questi sentimenti?
Come dice
l’autore, la questione non è “che cosa”, ma “chi” state mangiando.
Riporto tal
quale la conclusione del libro, in quanto mi pare un’ottima conclusione:
“Soltanto le
gigantesche multinazionali traggono profitto da questo disinteresse per gli
animali, la salute umana e l’ambiente. Gli animali d’allevamento ci
accompagnano ormai da diecimila anni, ma permettiamo loro di vivere come
preferiscono solo in minima parte, se non per niente. Il minimo che dobbiamo
loro è non distruggere il pianeta dal quale dipendiamo con la nostra avidità
miope e l’indifferenza verso la sofferenza umana e animale.Dobbiamo cambiare idee e comportamenti per
noi stessi, per gli animali che abbiamo addomesticato e poi schiavizzato, per
le generazioni future, e capire che non si può dormire la notte quando il nostro
prossimo,umano o animale, patisce
sofferenze indicibili (a meno che non abbiamo fatto il possibile per alleviare
la sua pena). Il prezzo di questo sonno pacifico non è eccessivo; il costo
della superficialità, invece, potrebbe essere catastrofico. Per una volta
cerchiamo di essere saggi, giusti e compassionevoli. Non ci resta altro da
fare.”