sabato 12 dicembre 2020

Tisana di bacche di rosa canina

Il primo freddo è arrivato e così anche il periodo di raccolta delle bacche della rosa canina.



In autunno la bellezza degli arbusti spinosi di questa delicata rosa, quasi spogli di foglie, sui quali risalta il rosso acceso delle benefiche bacche mi affascina sempre molto!



Solitamente queste piante si trovano nei sentieri di campagna, dove crescono liberamente. Io ho la fortuna di averne un gruppetto proprio nel mio giardino, che effettivamente è parecchio "wild" :-) e si presta quindi bene alla crescita dei cespugli spontanei. 

Il periodo più adatto alla raccolta delle bacche di rosa canina è subito dopo le prime gelate, tra la fine di novembre e i primi quindici giorni di dicembre perché la vitamina C, in questa fase di maturazione delle bacche, raggiunge la massima concentrazione.

Una volta raccolte e pulite, le bacche si fanno essiccare e si conservano in barattoli di vetro chiusi ermeticamente in un luogo asciutto. Io le essicco con l'essiccatore a 50° ed essendo la scorza piuttosto coriacea, la completa essiccazione richiede qualche giorno.  



Essendo ricchissime di vitamina C (100 volte più delle arance!), queste bacche sono un potente rimedio naturale, aumentano le difese immunitarie e aiutano a combattere le problematiche legate alle vie respiratorie, come raffreddori e influenze.

E in questi tempi di Covid è importantissimo mantenere in ottima salute il nostro sistema immunitario. Rimango sempre sbalordita a vedere quanto poco i medici consiglino di sostenere il sistema immunitario; sono tutti concentrati sulla lotta contro il virus e nessuno che suggerisca di migliorare il proprio sistema immunitario! 

"Il terreno è tutto, il microbo è nulla!" ammise anche Pasteur, ripetendo quanto già affermato da Claude Bernard.

Mah!

Comunque, le bacche di rosa canina hanno anche ottime proprietà antiossidanti, sono utili  nel trattamento dei dolori articolari e per depurare l'organismo, hanno azione diuretica e alleviano le infiammazioni gastrointestinali. Le bacche di rosa canina aiutano anche ad assimilare calcio e ferro da parte dell'organismo e ad equilibrare il livello di colesterolo.

La rosa canina, sotto forma di macerato glicemico, può essere di aiuto anche ai nostri amici animali e può essere utilizzata per prevenire la laringite nei cani e nei gatti. Argo si serve direttamente dalla pianta, è ghiotto di queste bacche, per lui sono come caramelle :-) 




Con le bacche di rosa canina si possono preparare salutari tisane e decotti, dal sapore molto gradevole e leggermente acidulo. 



Per preparare una piacevole e curativa tisana calda basta qualche bacca (a me piace metterne 7, numero "magico") sminuzzata o anche solo aperta in due e messa in infusione con 200 ml di acqua bollente per 15 minuti, con un copritazza per non disperdere l'aroma e le proprietà.


Oppure si può preparare il decotto, che riesce ad estrarre maggiori quantità di proprietà benefiche, ma che con l'operazione di bollitura penalizza un po' la vitamina C. In questo caso le bacche, nella stessa quantità che servono per la tisana, si fanno sobbollire in acqua per una decina di minuti, sempre con il coperchio. 

Entrambi si filtrano e si bevono ancora caldi.



Beh quindi che aspettate? Tutti fuori per sentieri a cercare bacche! :D 



 


domenica 1 novembre 2020

Decotto di foglie di ulivo

Un bel po' che non scrivevo sul blog! 

Bella sensazione tornare :-) 



Oggi finalmente mi sono decisa a raccogliere i frutti dei miei due piccoli ulivi; sono pochi ma qualche vasetto di olive in salamoia ci esce ;-)

Mentre raccoglievo le olive e ammiravo le splendide foglie quasi argentate, mi sono ricordata del decotto di foglie di ulivo, di cui ho spesso letto e sentito parlare e che non avevo ancora mai provato. 

Così ho raccolto anche un po' di foglie e mi sono fatta questo  benefico decotto depurativo ...



Infusi e decotti di foglie di ulivo sono rimedi naturali conosciuti da secoli nella tradizione popolare e le loro proprietà benefiche per il nostro organismo sono oggi confermate anche da alcuni studi scientifici.

Con il decotto dalle foglie di ulivo si estraggono i fenoli, tra cui l'oleuropeina che, grazie alle sue molecole, agisce come un antibiotico naturale e contrasta le infezioni batteriche e virali.

Le proprietà medicamentose del decotto di foglie di ulivo sono moltissime, tra le tante è un validissimo antiossidante, riduce la pressione arteriosa e tiene sotto controllo il colesterolo.

Aiuta anche il metabolismo ed è quindi utile per problemi di obesità e diabete, favorisce la circolazione sanguigna, ha proprietà vasodilatatrici e antiaritmiche e riduce il rischio di malattie cardiache.

Stimola il sistema immunitario e ha proprietà antinfiammatorie, rallenta l'insorgere di demenza senile e Alzheimer, previene l'osteoporosi ed é utile anche nel trattamento di patologie autoimmuni.

Pare anche che il decotto di foglie di ulivo sia utile per abbassare la febbre e per combattere la stanchezza, oltre ad avere proprietà diuretiche e depurative dell'organismo.

Insomma, i salutari motivi per cui bere questo decotto non mancano di certo, perciò ecco come farlo:

Sciacquare sotto l'acqua le foglie di ulivo, circa 10 gr se sono fresche, la metà se sono secche. Ovviamente devono essere biologiche.

Metterle in un pentolino insieme a 300 gr. di acqua fredda filtrata e portare a ebollizione. 

Lasciare bollire per circa 15 minuti, quindi spegnere il fuoco e lasciare intiepidire a pentola coperta.

Quindi filtrare e bere per godere pienamente dei benefici di questa splendida pianta! 

Per alcuni potrebbe risultare amaro, quindi, se si preferisce, é possibile diluirlo con acqua o aggiungere un po' di malto o sciroppo d'agave.


Buona vita a tutti <3 , nonostante i tempi difficili a livello globale...

ॐ ॐ ॐ 



sabato 29 febbraio 2020

Tempeh con curry di verdure e riso basmati


Il tempeh è un alimento fermentato, originario del sud-est asiatico, che si ottiene con la soia gialla. E' possibile fare il tempeh anche con altri legumi quali fagioli e ceci; io non ci ho ancora provato ma lo farò presto e vi dirò ;-)
Il tempeh è un alimento proteico dall'elevato valore nutritivo che, proprio grazie al processo di fermentazione, è molto digeribile.
E' un ottimo sostituto delle proteine animali e, come tutti i cibi fermentati, è molto utile per il benessere della flora intestinale.
Il processo di fermentazione viene ottenuto grazie al Rhizopus oligosporus, un fungo che trasforma i legumi, precedentemente cotti, in un compatto panetto bianco, chiamato appunto tempeh.
Il tempeh è ricco di ferro, magnesio e vitamine del gruppo B; apporta anche fitormoni utili nella prevenzione dell'osteoporosi e dei disturbi della menopausa.
Se volete cimentarvi nell'autoproduzione qui trovate come fare, altrimenti acquistatene un panetto già pronto nei negozi del biologico per provare la mia ricetta :-)

Il curry è una particolare miscela di spezie composta solitamente da pepe nero, cumino, coriandolo, cannella, curcuma, chiodi di garofano, zenzero, noce moscata, fieno greco, peperoncino, zafferano e cardamomo.
Grazie all'ingrediente principale, la curcuma, il curry è antinfiammatorio e disinfettante per stomaco, fegato e intestino ed è utile anche contro artrite e reumatismi

Il riso basmati integrale, dalla forma lunga e sottile, ha un profumo ed un'aroma molto intensi ed è molto benefico per la salute.
E' detossinante e rimineralizzante, ha un indice glicemico basso ed è quindi adatto in caso di diabete e diete dimagranti; è una importante fonte di potassio ed è energizzante e facilmente digeribile. 

Ma ora passiamo alla ricetta...

Ingredienti per 4 persone:

  • 350 g. di riso basmati integrale
  • un panetto di tempeh (il mio, autoprodotto, è di circa 300 g.)
  • una latta da 400 ml di latte di cocco
  • 1 porro
  • 2 patate grandi
  • 2 carote grandi
  • qualche cimetta di broccolo
  • qualche cavoletto di Bruxelles
  • 1 peperone rosso (adoro talmente i peperoni che ogni tanto mi faccio tentare e li acquisto anche fuori stagione :P )
  • 1 peperone giallo
  • 30 ml di tamari (salsa di soia)
  • curry a piacere (per me 3 cucchiaini abbondanti)
  • olio evo q.b.


Per prima cosa riempire una pentola con 900 ml di acqua e portare ad ebollizione. Sciacquare il riso sotto l'acqua corrente e non appena l'acqua bolle versarlo nell'acqua bollente e farlo cuocere per 30 minuti a fuoco basso, fino a completo assorbimento dell'acqua di cottura.


Nel frattempo pulire, lavare e tagliare a pezzetti di medie dimensioni le verdure e farle saltare, con un po' di olio evo, in una grande pentola antiaderente per una decina di minuti. 

Quindi aggiungere il tamari e il curry e lasciare insaporire ancora per qualche minuto a pentola coperta.


Versare anche il latte di cocco


Coprire e lasciare cuocere per una decina di minuti.

Nel frattempo tagliare il tempeh a listarelle o cubetti e poi aggiungerlo alle verdure. 


Fare cuocere ancora per 7\8 minuti.
Se si dovesse asciugare troppo il liquido di cottura, potete aggiungere poco latte vegetale (riso, avena, soia).

A questo punto dovrebbe essere pronto anche il riso, quindi non vi resta che impiattare...e gustare! ;-)



lunedì 27 gennaio 2020

Polpettone di lenticchie e noci


In uno di quei magazine distribuiti gratuitamente dai negozi del biologico ho trovato tempo fa una bella ricetta per un polpettone di lenticchie davvero invitante e così ho voluto provare a farlo. 
Ho apportato qualche modifica alla ricetta ed ecco qui il risultato...davvero gustosissimo!



Ecco come l'ho preparato. 

Ingredienti:

  • 150 g di lenticchie secche (io ho usato quelle piccole che non necessitano di ammollo)
  • 200 g di noci sgusciate
  • 150 g di patate
  • 15 g di funghi porcini secchi
  • 30 g di farina tipo 2
  • 70 g di farina di ceci
  • 80 g di pangrattato
  • 25 g di cipolla
  • 25 g di carota
  • 25 g di sedano
  • un piccolo mazzetto di prezzemolo
  • 120 ml di acqua di ammollo dei funghi
  • 15 ml di tamari (salsa di soia)
  • olio evo q.b.
  • sale q.b.
Ho messo in ammollo i funghi in una ciotola per 15 minuti. Dopo averli scolati, ho tenuto da parte 120 ml di acqua dell'ammollo.



Ho lavato le lenticchie, le ho messe in un pentolino con acqua e ho portato a bollore. Ho fatto cuocere finché sono diventate morbide e l'acqua si è assorbita. Ho salato a fine cottura.



Ho lavato le patate e le ho messe a cuocere con la buccia in abbondante acqua. Ho fatto cuocere finché sono diventate morbide.
Ho tagliato finemente carota, cipolla e sedano per fare un soffritto con l'olio e i funghi ammollati, tritati finemente.
Successivamente ho messo nel mixer le noci, il soffritto, il prezzemolo, il tamari e l'acqua di ammollo dei funghi che avevo tenuto da parte ed ho tritato tutto grossolanamente.



Ho pelato le patate, le ho schiacciate con uno schiacciapatate e le ho messe in una ciotola. Ho aggiunto le lenticchie e il trito del mixer.



Ho mescolato bene e impastato con le mani, quindi ho aggiustato di sale. Ho aggiunto anche le farine e il pangrattato ed ho continuato ad impastare per amalgamare bene tutti gli ingredienti. L'impasto deve essere non troppo asciutto e non troppo acquoso, quindi ci si regola aggiungendo acqua o pangrattato a seconda della necessità. Le dosi che ho indicato qui per me sono state perfette.

Ho preriscaldato il forno a 200° in modalità statica e mentre il forno si riscaldava ho formato il polpettone mettendo l'impasto in una forma antiaderente da plumcake, precedentemente ben oleata sul fondo e sui lati, schiacciando bene e compattando l'impasto negli angoli e livellando la superficie. 



Ho versato un filo di olio sulla superficie del polpettone per non farlo asciugare troppo e allo stesso tempo per farlo dorare durante la cottura.

Ho quindi infornato nel ripiano centrale del forno e ho lasciato cuocere per 45 minuti.

Una volta terminata la cottura l'ho tolto dal forno, l'ho lasciato leggermente raffreddare e poi l'ho sformato su una teglia rettangolare ricoperta di carta da forno e l'ho ripassato in forno con il grill per dieci minuti affinché si cuocesse bene e si dorasse anche l'altro lato.



Per accompagnare il polpettone ho preparato delle verdure di stagione cotte anch'esse al forno con olio, sale e qualche rametto di rosmarino. Per migliorare la cottura delle verdure, prima di metterle in forno, le ho fatte cuocere al vapore, già tagliate, per una ventina di minuti.



Infine ho adagiato il polpettone nel piatto da portata, pronto per essere tagliato a fette, accompagnato dalle verdure.



Il chutney è un'ottima salsa per accompagnare sia il polpettone che le verdure. Qui la ricetta per fare quello di fichi.





A noi questo polpettone è piaciuto moltissimo :D

Inoltre con questo polpettone facciamo il pieno di proteine, calcio, ferro, magnesio e omega 3! ;-)



mercoledì 25 dicembre 2019

Abbi Cura di Te

Un brevissimo post per lasciarvi un saluto e augurarvi/ci un Sereno Natale, un Natale di Luce, che illumini il nostro cammino.

Che si possa tutti utilizzare questi giorni per coltivare riposo, lentezza, silenzio e per prenderci cura di noi stessi, innaffiando e nutrendo quel seme che è dentro di noi, affinché si possa osare fiorire ed Essere davvero, qui e ora. 

Vi lascio questa canzone, Abbi Cura di Te, a mio parere molto bella...


giovedì 31 ottobre 2019

Il silenzio è cosa viva


Per chi ancora passa di qui ogni tanto o per chi ci arriva per la prima volta, oggi voglio condividere qui sul blog una piccola parte di un bellissimo libro.

Si tratta di "Il silenzio è cosa viva" di Chandra Livia Candiani.


L'autrice è una poetessa, traduttrice di testi buddhisti e conduttrice di corsi di meditazione.
Il libro di cui vi parlo è un saggio sulla meditazione pubblicato l'anno scorso da Giulio Einaudi Editore, nella collana Vele.

Riporto qui di seguito, integralmente tratto dal libro, il capitolo "L'arte di meditare", che a mio parere è davvero una importante testimonianza di cosa è la meditazione di consapevolezza ... per sintetizzare usando le parole della Candiani meditare è un'arte, è entrare in intimità con quello che ci accade, è seminagione di sacro nell'ovvietà quotidiana.

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L'arte di meditare

Ho letto una storia Sufi: "Un giorno l'asino di un contadino cadde in un pozzo. Non si era fatto male, ma non poteva più uscirne. L'asino continuò a ragliare sonoramente per ore, mentre il proprietario pensava al da farsi. Infine, il contadino prese una decisione crudele: concluse che l'asino era ormai molto vecchio e che non serviva più a nulla, che il pozzo era ormai secco e che in qualche modo bisognava chiuderlo. Non valeva pertanto la pena di sforzarsi per tirare fuori l'animale dal pozzo. Al contrario, chiamò i suoi vicini perché lo aiutassero a seppellire vivo l'asino. Ognuno di loro prese un badile e cominciò a buttare palate di terra dentro al pozzo. L'asino non tardò a rendersi conto di quello che stavano facendo e pianse disperatamente. Poi, con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra, l'asino rimase zitto. Il contadino allora si decise a guardare verso il fondo del pozzo e rimase sorpreso da quello che vide. A ogni palata di terra che gli cadeva addosso, l'asino se ne liberava, scrollandosela dalla groppa, facendola cadere e salendoci sopra. In questo modo, in poco tempo, l'asino riuscì ad arrivare fino all'imboccatura del pozzo, oltrepassare il bordo e uscirne trottando".
Meditare non è cercare vie d'uscita, ma piuttosto vie d'entrata. E' questo che fa l'asino. Entra nella sua situazione, sente la disperazione, grida, poi accoglie quello che sta succedendo, non ne resta sommerso, non è vittima della situazione, si scrolla di dosso la terra e quella stessa terra diventa la sua risorsa.
Il mondo è pieno di persone che danno ricette per disfarsi di qualsiasi cosa ci opprima, per non sentire o entrare in un'illusione anestetizzante. La pratica della consapevolezza, invece, insegna a stare, a entrare in intimità con quello che ci accade, e il paradosso è che questa intimità è impersonale. Non restiamo invischiati nell'autonarrazione, l'intimità della meditazione è contatto con il tessuto dell'esperienza, con la percezione diretta e non mediata dai concetti di quanto accade, del suo impatto su di noi. E questa giusta vicinanza ci permette di  arrivare non più a una reazione ma a una risposta. Non ci confina in una sorridente passività, ma anzi, l'accoglienza di quel che ci accade porta con sé l'energia di una giusta azione che si stacca da noi quando il tempo è maturo, e va nel mondo. 

Meditare ha la stessa radice di medicina, è cura e prendersi cura. La parola pali per meditazione è bhavana, causativo del verbo essere, dunque portare a essere, ossia coltivare. Si tratta di coltivare la mente-cuore. In pali, sono una parola sola: citta. E già questo fa avvertire la portata della differenza tra la nostra cultura occidentale di pensiero dissezionante e separativo e una cultura della non separatezza, del nesso. Noi abbiamo due stereotipi a cui badare per non cadere in equivoci depistanti: che la meditazione sia cogitazione e che la meditazione sia sospensione di qualsiasi impatto sensoriale e psichico e immersione in un dolce nulla. 

Meditare non è nemmeno una tecnica, ma un'arte. Dell'arte quindi ha il rischio, l'improvvisazione, lo studio e la dimenticanza dello studio, la dedizione, la leggera e misurata follia, la precarietà, la vocazione, l'invasione nella vita quotidiana, la spellatura. Noi conosciamo nei riflessi e nelle bucce, sbucciandoci. Seguendo una Via bisogna rischiare la pelle. Se la meditazione non dilaga nella vita quotidiana, se non sfida quello che chiamiamo "il mio carattere", se non comprendiamo che tutto è meditazione, entrare in casa, uscire di casa, fare le scale, mettersi, togliersi le scarpe, cucinare, parlare, mangiare, dormire, lavorare, fare l'amore, riduciamo la meditazione a una stampella, una protesi che acquieta un tantino la nostra vita che resta sempre la stessa, centrata sull'io.

Dice Lao Tzu:
"Fai attenzione ai tuoi pensieri, perché diventano parole.
Fai attenzione alle tue parole, perché diventano le tue azioni.
Fai attenzione alle tue azioni, perché diventano abitudini. 
Fai attenzione alle tue abitudini, perché diventano il tuo carattere.
Fai attenzione al tuo carattere, perché diventa il tuo destino".
Essere presenti significa essere presenti al proprio io come a un oggetto di studio. L'io non è la presenza; può parlare per ore della presenza, ma noi sentiamo se è l'io a parlare e non ci raggiunge che vuota erudizione, una fila di parole senza vigore, perché dove c'è presenza non può esserci io e solo la presenza ci raggiunge e ci trasforma.
Attorno all'io ruotano pensieri ed emozioni, l'io è la loro solidificazione, si sente il centro di tutto, le cose esistono solo in relazione a me: mi piacciono, non mi piacciono, mi adulano, mi minacciano, sto sempre difendendo il territorio dell'io. 
Il rischio della solidificazione è ovunque, anche sul sentiero interiore, ed è quello di creare un io ideale, un io meditante, saggio, imperturbabile, che snocciola insegnamenti a piè sospinto. Quando siamo invece nella presenza, sappiamo esitare, fare silenzio, sappiamo non sapere. Il giorno dopo la morte di mia sorella, Gigi, un sacerdote non convenzionale, un servitore del bene e del bello, mi ha chiamato, senza sapere nulla di quello che mi era successo. Dopo i primi saluti, gliel'ho subito semplicemente detto. E lui ha esclamato: "Oddio, oddio, oddio!" Ho sentito la sua totale partecipazione, il suo sbucciarsi con me, ho sentito il mio dolore e la sua immediata compagnia. Mi ha aiutato più di qualsiasi frase dotta o consiglio accorto.
Per essere nella presenza, devo coltivare a lungo uno sguardo sull'io, anziché guardare tutto dai suoi occhi. Anziché guardare il mondo dalla rabbia, dalla tristezza, dall'eccitazione, guardo la rabbia, la tristezza, l'eccitazione. La presenza è riconoscere quello che c'è, riconoscere la calma, riconoscere il movimento dei pensieri, non preferire la calma al movimento dei pensieri, non scegliere. La presenza è smettere di aver paura della propria delicatezza.
Ciò che osserva la paura non è spaventato, ciò che osserva la rabbia non è arrabbiato.
Nella presenza c'è discontinuità rispetto all'io. Per sentire la presenza, bisogna fare un passo fuori dall'io, dalle reazioni mentali di cui è fatto, dalle identificazioni che coprono la sua paura di essere nulla. 
Il modo in cui guardiamo al nostro io è essenziale quanto lo sguardo stesso. Va allenato uno sguardo tenero, compassionevole, uno sguardo fermo che vede i limiti ma non si trasforma in giudice, in critico puntiglioso e acido, né in risolutore dei problemi altrui.
In noi c'è qualcosa che non pretende e non si impone, qualcosa che semplicemente è. Un puro conoscere sorridente.
C'è un punto in cui il dolore diventa anonimo e le cause contingenti, per quanto gravi, sono solo il nome e la forma che un'energia molto più antica assume in quel momento, è l'energia di essere al mondo, di avvertirsi separati e di percepire la nostalgia e il richiamo dell'unità. Ogni desiderio racchiude questo desiderio radicale, ritornare alle stelle, non essere più nella distanza. 
Essere in contatto con la fonte del desiderio, con il nostro costante mancare, è l'essenza della meditazione. Essere alla fonte è smettere di desiderare, perché si abita il desiderio, si è desiderio senza più oggetto, e il cambiamento inizia accogliendo se stessi, la nostra incompiutezza, la nostra mancanza e tensione verso, cercando di non migliorarsi né cambiarsi, aspettando, attendendo alla trasformazione che arriverà quando il tempo del sostare sarà maturo.

Un giorno il Buddha, davanti a migliaia di discepoli, anziché insegnare parlando, in totale silenzio alzò un fiore di loto. In tanti si chiesero il significato, probabilmente molti si diedero risposte erudite, profonde, raffinate. Solo Kashyapa si limitò a guardare il Buddha e a sorridere. E il Buddha seppe che Kashyapa aveva visto la sospensione, il mondo fluttuante, la nostra comune evanescenza e le aveva sorriso. Vide il suo Risveglio. 
La meditazione è seminagione di sacro nell'ovvietà quotidiana. 

Una giornalista chiese al grande Maestro thailandese Ajahn Chan di fargli alcune domande sulla sua pratica meditativa. 
Chiese: "Perché pratichi?" "Come pratichi?" "Quali sono i risultati?"
Ajahn Chan rispose: "Perché mangi?" "Come mangi?" "Con quali risultati?"

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Io ho trovato questo libro di una profondità disarmante, commovente, carico di poesia e sacralità, scritto con parole tali da rendere perfettamente chiari i concetti, portarli nella quotidianità così da permetterne l'interiorizzazione, sentendoli, assaporandoli. 
Vi invito quindi a leggerlo, sia che siate solo incuriositi dalla meditazione, sia che siate già praticanti. 

Buon cammino consapevole.


Il Silenzio è Cosa Viva
L'arte della meditazione
€ 12,00

domenica 18 agosto 2019

Sapone alla calendula

Era da parecchio che non mi dedicavo a fare saponi. 
Dai tempi dei mercatini (e quindi dai tempi delle superproduzioni :D ) mi era rimasta una grande scorta di saponi di ogni tipo e fragranza.
Nonostante la notevole scorta però, tra il nostro utilizzo in casa ed i regali ad amici e parenti,  i saponi stavano per finire e così, prima di restare senza, ho deciso di dedicarmi all'autoproduzione del mio sapone preferito, quello alla calendula.



Per me il sapone alla calendula è il "SAPONE" per eccellenza, delicato ed adatto a tutti i tipi di pelle!



Mentre lo facevo mi sono resa conto che non ho mai pubblicato sul blog la ricetta per questo meraviglioso sapone!



Perciò eccomi qui a rimediare :-)

Prima di tutto qualche nota sulla calendula, per chi ancora non conosce le proprietà di questo solare, coloratissimo e portentoso fiore.



La calendula ha prevalentemente proprietà antibatteriche, antinfiammatorie e cicatrizzanti, quindi è largamente impiegata per contrastare le infiammazioni cutanee, per favorire la cicatrizzazione delle ferite e per curare scottature ed ustioni.

Con i fiori di calendula è possibile preparare anche un ottimo oleolito, meraviglioso per la cura di bruciature e da utilizzare come doposole. Qui le indicazioni per prepararselo da sè.

Ora, se volete lanciarvi nell'autoproduzione di questo delicatissimo prodotto per l'igiene personale, il sapone alla calendula, procuratevi innanzitutto l'attrezzatura necessaria (vedi qui)

E poi gli ingredienti necessari:

OLII
  • olio di oliva 1000 g.
  • olio di ricino 150 g.
  • olio di coprah (cocco) 200 g.
  • oleolito di calendula 75 g.
  • oleolito di camomilla 75 g.

PER LA SOLUZIONE CAUSTICA
  • soda caustica 200 g.
  • acqua 450 g.

AL NASTRO

  • olio di germe di grano 45 g.
  • farina di riso 1 cucchiaino
  • petali di fiori di calendula 3 g.
  • olio essenziale puro di lavanda 5 g. 
  • olio essenziale di rosmarino 3 g.
  • olio essenziale di arancio 7 g.

Prima di procedere vi ricordo che la soda è caustica e può provocare gravi ustioni pertanto è necessario indossare i guanti, la mascherina e gli occhiali.

Inoltre per ottenere un buon sapone è indispensabile pesare tutto con assoluta precisione.

Per prima cosa pesare la giusta quantità di acqua e di soda in due contenitori di plastica resistente, quindi versare lentamente la soda nel contenitore con l'acqua, mescolando con un cucchiaio di plastica dura. Attenzione che in questa fase la soda raggiunge temperature molto alte e sprigiona vapori tossici!
Mettere da parte e lasciare che la soluzione caustica si raffreddi e raggiunga la temperatura di circa 45°.

Pesare gli olii in una pentola di acciaio e preparare tutti gli altri ingredienti che occorrono per la fase di nastro, così da averli già pronti quando sarà il momento, perché in questa fase la pasta di sapone tenderà a solidificarsi presto e quindi bisognerà addizionare gli ingredienti piuttosto velocemente.
Pesare quindi l'olio di germe di grano in una ciotolina alla quale aggiungere la farina di riso e gli olii essenziali.
Preparare anche i petali di calendula in un'altra ciotolina.

Quando la temperatura della soluzione caustica avrà raggiunto circa 55° procedere a riscaldare gli olii a fuoco lento. Fare attenzione a non riscaldare troppo gli olii, perché raggiungeranno la giusta temperatura di 45° in pochissimi minuti.

Quando gli olii e la soda avranno raggiunto entrambi la stessa temperatura di 45°, togliere gli olii dal fuoco e versare lentamente la soluzione caustica nella pentola con gli olii, mescolando con un cucchiaio di legno.
Dopo qualche girata passare ad amalgamare con il frullatore ad immersione. Man mano che si frulla la pasta di sapone cambierà consistenza, diventando sempre più cremosa e quando, alzando il frullatore e facendo colare il composto questo resterà qualche secondo sulla superficie prima di affondare, si sarà raggiunta la fase di nastro.

A questo punto aggiungere l'olio di germe di grano con farina di riso ed olii essenziali e dare qualche altra veloce frullata. 
Aggiungere poi anche i petali di calendula e mescolare delicatamente con il cucchiaio di legno. 

Non resta che colare il sapone negli stampi prescelti, coprire con pellicola trasparente e una coperta per mantenere il calore necessario alla fase di saponificazione.

Dopo circa 48 ore si potranno sformare i saponi e/o tagliarli se si è utilizzato uno stampo unico.
Quindi andranno lasciati stagionare in un luogo fresco e asciutto per circa due mesi, prima di poterli utilizzare.






Buona saponificazione :D


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